Emozioni di viaggio in Sudafrica: Johannesburg e Soweto
Esplora Johannesburg e Soweto con me: dalla vivace energia urbana ai luoghi storici di Soweto. Un viaggio avvincente tra cultura, storia e autenticità.
Sono stata incerta fino all’ultimo se includere Johannesburg nel mio itinerario in Sud Africa, a causa della sua fama di città pericolosa. Alla fine, ho deciso di non perdermi uno dei luoghi più autentici e storicamente rilevanti del paese, adottando tutte le dovute precauzioni:
- Non sono mai uscita da sola di sera; a chi volesse farlo sconsiglio in ogni caso di avventurarsi in zone isolate poco illuminate.
- Per esplorare la città mi sono avvalsa di una guida e ci siamo spostati sempre in auto con finestrini tirati su e sportelli chiusi con sicura.
- Non ho mai indossato nulla di valore o che potesse attirare l’attenzione.
- Ho portato sempre la borsa a tracolla e ho usato solo la carta di credito per evitare di maneggiare contanti.
- Ho scelto un hotel a Rosebank, che insieme a Sandton, il distretto finanziario, e il verde Melrose sono quartieri relativamente sicuri.
Rosebank è ideale per gli amanti delle gallerie d’arte e dei prodotti di artigianato locale acquistabili al Rosebank Art & Craft Market.
L’attrazione principale di Melrose, invece, è il Melrose Bird Sanctuary, una riserva naturale con oltre 120 specie di uccelli. Sandton offre una vasta scelta di centri commerciali e ristoranti esclusivi e se desiderate un po’ di verde, potrete rilassarvi al Mushroom Farm Park.
A Johannesburg c’è molto verde. Secondo alcune stime, sembra che siano stati piantati oltre 10 milioni di alberi nel corso degli anni per ridurre le emissioni di carbonio e migliorare la qualità di vita degli abitanti. Quando si osserva Johannesburg dall’aereo questa foresta urbana salta agli occhi. La specie vegetale che predomina è la Jacaranda che con i suoi fiorellini lilla crea dei rivoli colorati che si insinuano tra i conglomerati di cemento.
A prima vista, tuttavia, non ho trovato Johannesburg particolarmente bella architettonicamente. La sua bellezza è piuttosto legata alla sua cultura, alla sua storia e alla sua anima. È una città che fa emozionare e riflettere, per l’evidente contrasto sociale ed economico che la permea, e la sua storia legata alla lotta contro l’apartheid.
Johannesburg fu fondata nel 1886 durante la cosiddetta “corsa all’oro”, quando migliaia di cercatori di oro arrivarono nella regione in cerca di fortuna. Non a caso uno dei tanti nomi con cui è chiamata Johannesburg è città dell’oro, ovvero eGoli in lingua Zulu.
La città crebbe rapidamente grazie all’estrazione dell’oro e divenne presto un importante centro finanziario e commerciale del paese. Tuttavia, con il crescente afflusso di lavoratori neri in città, i bianchi proprietari delle miniere, iniziarono a temere la perdita del loro potere economico e politico. Così, nel 1948, il Partito Nazionale bianco al potere istituì l’apartheid, un sistema di leggi razziste che privava i neri dei loro diritti politici e civili, e garantiva privilegi ai bianchi. I neri vennero confinati in quartieri dormitorio periferici chiamati townships e avevano accesso solo a strutture pubbliche e mezzi di trasporti separati. L’apartheid continuò ad essere la politica ufficiale della nazione fino al 1994, quando Nelson Mandela divenne il primo presidente nero del Sudafrica.
Il mio viaggio alla scoperta di Johannesburg è iniziato con una visita al Constitution Hill Human Rights Precinct, un complesso di edifici che oggi ospita la Corte Costituzionale del Sud Africa. Una volta, questo complesso era un sito di detenzione sia per criminali comuni che per tutti coloro che, come Mandela e Ghandi, erano considerati una minaccia per l’establishment politico. Avete letto bene, anche Ghandi! Visse a Johannesburg per dieci anni e fu arrestato per aver dimostrato contro la discriminazione razziale. L’ apartheid fu estesa anche agli asiatici che vivevano nella regione, e quindi pure agli Indiani. In queste prigioni, i detenuti non bianchi vivevano in condizioni disumane ed erano soggetti a forme di punizione terribili. Una di esse consisteva nel trascorrere un lungo periodo in celle di isolamento anguste e senza finestre dove venivano nutriti solo con acqua di riso. I cortili della prigione erano teatro dell’umiliante danza tauza che i prigionieri erano costretti a ballare nudi.
All’ascoltare queste brutalità, la mia mente ha iniziato a visualizzare le immagini dei protagonisti di quelle storie orribili, come se fossero fantasmi che uscivano dalle pareti. Quindi, sono uscita da Constitution Hill da un lato piuttosto turbata e d’altro rincuorata che almeno l’istituzionalizzazione e la legalizzazione della segregazione razziale sia terminata.
Un’ altra visita toccante è stata quella al Museo dell’ Apartheid. L’ingresso dell’edificio è contrassegnato da pilastri che portano incisi i fondamenti della costituzione in vigore dopo la caduta dell’apartheid: democrazia, riconciliazione, diversità, responsabilità, rispetto e libertà. Questi pilastri sembrano fare da contraltare ad una parete interna al museo composta da numerosissime pietre, ciascuna delle quali simboleggia una vita persa nella lotta per l’uguaglianza. Il primo impatto del museo è stato sorprendente: il biglietto assegna una razza in modo casuale a tutti i visitatori. A seconda del tipo di biglietto si deve usare un ingresso riservato ai bianchi o ai non-bianchi, proprio come accadeva durante l’apartheid.
Mentre passavo per l’ingresso dei “non-bianchi” ho avuto un piccolo assaggio, anche se solo a livello emotivo, di come dovesse essere stato umiliante essere trattati come persone inferiori in situazioni quotidiane. Tuttavia, nella vita reale ciò significava molto di più, ovvero significava accedere a servizi di diverso livello di qualità solo in base al colore della pelle o il grado di increspatura dei capelli. Il museo espone diversi cartelloni pubblici originali che ai tempi dell’apartheid contrassegnavano le strutture pubbliche in base all’etnia consentita. Inoltre, attraverso video, foto e storie individuali, il museo illustra come era la vita negli anni dell’apartheid, fino alla sua conclusione grazie ad attivisti come Nelson Mandela, e Desmond Tutu. Nel museo ho visto immagini di oppressione e libertà, tragedie e trionfi, lotta e pace che hanno suscitato emozioni altrettanto contrastanti, non solo profonda tristezza per quel capitolo di storia ma anche ammirazione energizzante nei confronti dei leaders che si sono battuti per cambiare una situazione che sembrava immutabile.
Lasciato il centro di Johannesburg, ho proseguito verso Soweto dove mi attendeva una guida locale. Lungo il tragitto sono passata davanti al Chris Hani Baragwanath Academic Hospital, il terzo ospedale più grande del mondo, con più di 3.000 letti, che serve le comunità di Soweto. Ho scorto anche le Orlando Towers, che una volta erano due torri di raffreddamento di una centrale termoelettrica. Ora sono un’opera d’arte urbana a cielo aperto dipinta con graffiti e murales. Inoltre, le torri ospitano diverse attività estreme per i visitatori, tra cui bungee jumping, arrampicata su roccia, e paintball.
Mentre Constitution Hill e il Museo dell’Apartheid infondono in qualche modo speranza, perché entrambi i luoghi alla fine sono diventati simboli di cambiamento, la visita a Soweto è stata emotivamente più difficile perché le cicatrici lasciate dall’apartheid sono ancora visibili.
Soweto sta per South Western Townships e si tratta di un conglomerato di circa 30 townships, ovvero città dormitorio, costruite negli anni ’30 a sudovest di Johannesburg per segregare i neri espulsi da altre aree della città. Soweto è molto vasta e vi vivono oltre 2 milioni di persone. Tuttavia, non è una grande ed unica baraccopoli come immaginavo.
Vi vivono varie comunità di diverso livello economico e questa differenza si riflette anche nell’urbanistica. Si vedono quartieri con case in muratura dotate di servizi come acqua, elettricità e sistema fognario, separate tra loro da strade asfaltate, che si alternano ad aree dove ci sono baracche in lamiera, senza accesso a questi servizi e costeggiate da strade sterrate.
Il 16 giugno del 1976 a Soweto ebbe origine la protesta studentesca contro l’obbligo dell’insegnamento in lingua Afrikaans, considerata la lingua degli oppressori. La polizia aprì il fuoco sugli studenti che stavano dimostrando pacificamente. Tra di loro c’era Hector Pieterson. L’ immagine del ragazzo ucciso portato in braccio con accanto la sorella fece il giro del mondo. La stessa foto oggi è esposta all’Hector Pieterson Memorial and Museum, il museo dedicato ad Hector. In Sud Africa il 16 giugno è festa nazionale e si celebra lo Youth Day, la giornata della Gioventù, per ricordare quella giornata.
Dopo l’Hector Pieterson Memorial and Museum, ho proseguito verso la chiesa Regina Mundi che fu al centro degli eventi legati alla rivolta studentesca. Durante la manifestazione, la chiesa fu utilizzata come rifugio per i manifestanti che cercavano protezione dalle forze di sicurezza del governo. La chiesa fu poi attaccata e danneggiata dalle autorità, ma fu successivamente ricostruita e riparata.
Oggi, la Regina Mundi è un importante luogo di culto per i cattolici di Soweto e un simbolo della lotta contro l’apartheid in Sudafrica. La chiesa ospita anche una serie di mostre e di eventi culturali che celebrano la storia e la cultura di Soweto e della comunità nera sudafricana.
Ho visitato inoltre la casa di Nelson Mandela a Vilakazi Street, l’unica via al mondo dove hanno vissuto ben due premi Nobel: Nelson Mandela e Desmond Tutu. È stato emozionante vedere i suoi affetti personali, e triste ricordare che abbia dovuto trascorrere ben 27 anni in carcere lontano dalla sua casa.
La tappa finale del tour di Soweto è stata la Walter Sisilu Square, una piazza dedicata a Walter Sisulu, un attivista antiapartheid che insieme a Nelson Mandela e 3.000 delegati di altre organizzazioni di resistenza scrisse la Carta della Libertà nel 1955 che divenne la base della costituzione sudafricana.
Il vicino Kliptown museum presenta una serie di mostre permanenti e temporanee che documentano la storia del Congresso del Popolo, della Carta della Libertà e della lotta antiapartheid.
Nella piazza c’erano alcuni bambini che giocavano a pallone. Uno di loro si è avvicinato e ha salutato la mia guida. Era suo nipote. Dico al bambino che è molto bravo a giocare. Mi risponde che un giorno vincerà la coppa del mondo! Gli ho augurato di fare tanti goal nella vita sia sul campo da gioco che fuori. Sorridendo, è tornato a giocare.
Sulla via del ritorno a Johannesburg, ho visto da lontano l’FNB Stadium, costruito per ospitare la finale della Coppa del Mondo FIFA 2010 e il mio pensiero è tornato a quel bambino e ai suoi sogni. Chissà se un giorno avrà una vita migliore.
La visita a Johannesburg e Soweto è stata un’esperienza molto emozionante, ma allo stesso tempo sconvolgente. Nonostante i progressi nella lotta contro l’apartheid, ho constatato con rammarico che il divario socioeconomico tra i diversi gruppi sociali in Sud Africa è ancora enorme. Nonostante i neri e i bianchi possano ora salire sullo stesso autobus, il Sud Africa è ancora il paese con il livello più elevato di disuguaglianza economica al mondo. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che la lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale è un percorso lungo e difficile, ma che non dobbiamo mai arrenderci per costruire un mondo più equo e solidale.
Se andate in Sud Africa, vi consiglio di visitare Johannesburg e Soweto. Sarà una visita che vi arricchirà molto a livello culturale e personale.

